Il buono, il brutto e il cattivo: il Far West Odontoiatrico

di | 15 Febbraio 2021

Io adoro la trilogia del dollaro di Sergio Leone e proprio l’altra sera mi stavo riguardando per l’ennesima volta “Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo” e, proprio come spesso mi capita mentre guardo un film, sono partito per la tangente coi miei pensieri.

Ho cominciato ad osservare le scene spettacolari del film in un’ottica diversa… un po’ strana.

Il film, come tutti sappiamo, racconta una storia che ha per protagonisti tre figure molto diverse tra loro, molto contrastanti, eppure tutte appartenenti ad un’unica categoria: il pistolero.

Far West Odontoiatrico

Il Buono

Cioè l’appassionato che esercita secondo i dettami della deontologia, interpretando la sua professione come una vocazione e convinto, nel suo piccolo, di contribuire al benessere dell’umanità.

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Il Brutto

Il lavoratore “vorace”, il “palancaio” attratto, cioè, dall’aspetto speculativo ed economico del mestiere che mira all’arricchimento compulsivo e sfrenato.

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Il Cattivo

O meglio il “ciarlatano”; abile a parole, privo di contenuti, che vende quello che non ha e predica quello che non conosce. Incanta con la retorica ma è vuoto delle abilità necessarie a sostenerla responsabilmente. Competente spesso più il campo finanziario che medico.

Non si dovrebbe mai portare il lavoro a casa, lo so, ma la mia professione è, per me, come una droga, una passione da cui non riesco mai a separarmi completamente.

Così ho cominciato a sostituire la categoria “pistoleto” con la categoria “dentista” e ho continuato a vedere il film meditandolo come una metafora dei nostri tempi.

Un mondo perfetto

In un mondo perfetto fra i tre non ci sarebbe competizione.
Il Buono dominerebbe in ragione delle sue solide virtù etiche, che lo conducono naturalmente a confezionare un prodotto di qualità nettamente superiore alla concorrenza:

  • superiore in termini di manifattura, quindi di attenzione e cura dei dettagli
  • superiore in termini estetici
  • superiore in termini ergonomici quindi di funzionalità e durata

Quindi superiore purtroppo, anche in termini di costo, che tuttavia non verrebbe percepito dagli utenti come un difetto o un deterrente all’acquisto, ma piuttosto come un indice di pregio che ne fa risaltare il valore e l’esclusività.

Nessuno insomma avrebbe da questionare. Si selezionerebbe una nicchia di mercato il cui target sono acquirenti bene informati, motivati e interessati a possedere quel valore.

Quello che mi preme in questo momento è sottolineare come in un mercato ideale gli altri due archetipi della categoria, il Brutto ed il Cattivo, sarebbero spontaneamente emarginati e godrebbero di una pessima reputazione.

La mia scelta: una tradizione di famiglia

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Mosso da questi ideali, deciso per vocazione a ripercorrere la via tracciata dal nonno e dal papà, decisi che avrei voluto affrontare la professione nella categoria dei Buoni.

Il che significava imparare il mestiere, imparare a farlo bene, interpretandolo come una missione, come un modo di portare conforto e sollievo a chi soffre (dell’atroce mal di denti!).

Nella mia testa immaginavo una vita professionale impegnativa ma tranquilla. Dopo una faticosa fase di addestramento-apprendimento (quanti corsi e quanti weekend ci ho dedicato!!!), tutto poi sarebbe andato in discesa: i pazienti, entusiasti del mio lavoro, mi avrebbero gratificato con la loro soddisfazione, avrebbero parlato di me con parenti ed amici allargando il bacino dei pazienti e… così via.

Rifiutavo di accettare la diffusa convinzione che l’odontoiatra fosse un tappabuchi di denti marci e un cavadenti, in sostanza una creatura sadica-sanguinaria-scalzacane-avida-ignorante!!!

Rifiutavo anche i suggerimenti e i consigli dei colleghi più anziani e navigati, i quali mi ammonivano di non infrangere la regola aurea del commercio: “il cliente ha sempre ragione”, a non sfiancarlo con sedute lunghe e operose perché probabili fonti di stress.

Per fidelizzare a vita un paziente era sufficiente per prima cosa NON provocargli dolore durante l’anestesia.

Quindi curarlo SOLO al manifestarsi di un problema con appuntamenti brevi e ravvicinati, evitando trattamenti troppo complessi con pagamenti leggeri ma continuativi col vantaggio (per il dentista!) di veder accettati quasi tutti i preventivi.

Ed ecco concretizzarsi il PAZIENTE PERFETTO: felicemente inconsapevole della terapia, ma orgoglioso di poter gridare al suo mondo:

il mio dentista è un mago, non sento assolutamente nulla e pago pure poco!

Poco importa se per effetto di questa gestione l’attenzione al particolare è praticamente nulla e la qualità delle prestazioni erogate è mediamente scadente; il paziente non sarà mai in grado di poterla valutare correttamente.

E poco importa se per effetto di questa approssimazione i problemi importanti saranno rinviati e alla fine porteranno a danni biologici ingigantiti con perdita di denti e riabilitazioni protesiche importanti (che si sarebbero tranquillamente potute evitare!)

La MALPRACTICE ai tempi delle vacche grasse non era certo un problema e di contenziosi nemmeno l’ombra:
il paziente, abbandonato nella propria totale ignoranza specifica, era infatti facilmente manipolabile e addomesticabile.

Scaricargli la colpa per non aver adeguatamente seguito le più elementari manovre di Igiene Orale era prassi consolidata ed una facile scappatoia dalle proprie responsabilità; troppo comoda, però, per durare a lungo.

Ben presto realizzai con amarezza che questi erano i consigli del Brutto, ovvero di una maniera di esercitare la professione incredibilmente arretrata e spaventosamente gretta.

Constatai purtroppo che questo approccio al lavoro era stato per molto tempo la regola e che gran parte della categoria ne aveva abusato, ma al prezzo salatissimo di una pessima reputazione di cui certamente presto o tardi avrebbe dovuto rispondere.

Le cose dovevano cambiare…

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Quel giorno è arrivato!! I cosiddetti Low-Cost hanno accelerato il declino di quel modo di esercitare la professione. All’inizio accolsi con entusiasmo questo rinnovamento che giudicavo doloroso, ma necessario, perché confidavo che presto o tardi chiunque avrebbe interiorizzato la differenza lapalissiana fra “CARO” e “COSTOSO”.

Presto o tardi i pazienti avrebbero compreso il fatto che pagare poco per avere in cambio un lavoro mediocre significava buttare i propri risparmi. A riprova del precetto:

chi spende poco spende 2 volte“.

È solo questione di tempo, pensavo… ma mi sbagliavo!

Vennero infatti i tempi del Cattivo, un esemplare insidioso perché per generare profitti è pronto a mentire. A maneggiare. Così è disposto a regalare ai pazienti il proprio tempo (visita e preventivo gratuiti e senza impegno) ma il tutto finalizzato a vendere qualcosa, facendogli percepire un problema che magari non esiste. Dispensa garanzie a iosa (a vita??) sulle terapie spingendoli tra le grinfie di un sedicente promotore finanziario che conferma all’uopo un bel finanziamento.

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Basta una firma e l’affare è concluso…

… e il paziente intanto è stato accalappiato.

Il paziente firma e … la clinica chiude?

Nessun problema, continuerà a pagare!

Il paziente firma e… il lavoro va male, è brutto? è tutto da buttare?

Nessun problema, continuerà a pagare!

Il paziente firma ma non è soddisfatto e vorrebbe interrompere il trattamento?

Nessun problema, continuerà a pagare!

Lentamente si scivola in una dimensione pericolosa e spietata, il bene salute trattato alla stregua di un prodotto: si finisce per vendere non ciò di cui il paziente ha bisogno, ma ciò che è più vantaggioso per realizzare profitti.

Il paziente cessa di essere tale e diventa cliente.

… E le cose sono cambiate!

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Per contro tanti clienti, oramai abituati a considerare solamente il fattore economico, cominciano a vagare, o peggio telefonare, di studio in studio alla ricerca del preventivo più conveniente senza domandarsi nemmeno per un attimo cosa possa celarsi dietro cotali mirabolanti offerte.

Igiene a 29 euro! e questo quando va bene…! Sì, ma fatta da chi? Igienista laureato o… E soprattutto come? In quanto tempo? Con strumenti sterili?

Denti fissi in 24 ore! Sì ma che in che modo? Tolgono denti sani o perfettamente recuperabili per mettere impianti? Quali denti poi? In resina o in ceramica, con metallo o senza metallo? Provvisori spacciati come definitivi? Con quale perizia tecnica sono realizzati? Qual è la competenza del laboratorio odontotecnico coinvolto?

Garanzia a vita! Cosa significa garanzia a vita? Ma in quale altro settore del commercio viene offerta una simile assicurazione? Ha davvero senso garantire a vita nel “mercato della salute”?!

Entri con un problema ed esci con il sorriso!… e probabilmente con un problema più grande di cui, però, ti accorgerai non subito ma fra un po’ di tempo.

Questi filibustieri giocano sul tempo, sulla latenza del fallimento. Fanno previsioni su quanto tempo hanno per farla franca e su quante toppe possono mettere prima che crolli la commedia di un lavoro fatto male, ma venduto bene.

La peggiore propaganda

Quella di facciata, che punta al sensazionalismo, ma trascura il valore intrinseco che viene elargito al paziente ed i reali benefici in termini di salute e benessere.

Quella delle cliniche belle, attraenti, moderne, con grandi vetrate, illuminate a giorno e attrezzate di tutto quello che l’avanguardia dell’industria dentale mette a disposizione.

Palcoscenici scintillanti studiati ad hoc per catturare ignari avventori, ma che nascondono compromessi indicibili e all’interno dei quali spesso si mescolano vicende personali drammatiche, come puntualmente riportato dalle cronache locali e nazionali.

Ma la speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire.

Mi aspettavo un sussulto di dignità ed etica di qualche brutto che, vistosi surclassato dall’irruenza del cattivo potesse riorganizzare la propria professionalità per fornire un servizio memorabile, esclusivo, eccellente.

Invece no, che ingenuo che ero!

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La costante incertezza e il drastico calo della domanda legato alla perdurante congiuntura economica hanno reso il brutto ancora più spietato e pronto a tendere l’agguato al paziente, come un ultimo disperato assalto alla diligenza. Terapie one-shot, mordi e fuggi, senza attenzione, senza coscienza.

Un’inesorabile discesa all’inferno.

Quindi mi ritrovo qui ad aspettare ancora il mio turno.

Nel frattempo mi domando come mai i buoni fatichino sempre in questo mondo che sembra girare ostinatamente al contrario e, d’un tratto, comprendo quello che mi manca… quello che ci manca.

Si chiama COMUNICAZIONE, ovvero portare il verbo, la nostra verità.

Riconoscere prima di tutto l’errore fatale di averla data per scontata, di non aver capito che si trattasse di un vocabolario troppo difficile perché i pazienti potessero acquisirlo spontaneamente.

L’amara verità è che li abbiamo lasciati soli, i pazienti.

Non abbiamo capito che avremmo dovuto aiutarli e in definitiva gli abbiamo abbandonati alla mercé dei brutti e dei cattivi e… forse… è già maledettamente tardi.

Troppo tardi. Il mondo continua a girare ad un ritmo che i buoni non comprendono mentre i brutti e i cattivi lo comprendono molto bene!

Ce la faranno i nostri eroi?

Ma, come in ogni storia che si rispetti, ci domandiamo: “che fine faranno i buoni?

Saranno sopraffatti oppure ispireranno e guideranno un nuovo rinascimento intellettuale, di cui si sente un disperato bisogno in ogni campo del vivere?

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E perché il buono si ostina a percorrere un sentiero impervio di crescita, di cultura, di etica ed estetica?

Posso soltanto rispondere per me, per l’esperienza che mi sono costruito negli anni, per la visione che ho di questa professione disgraziata e bellissima:

Disgraziata perché malconsiderata, ammantata da un’aurea di terrore e spesso derisa.

Bellissima perché mai uguale a se stessa, avvincente, vivace, dinamica, aperta all’estro e alle capacità personali e, persino, in alcuni contesti, al talento artistico.

È nutrendosi di questa energia che si riceve in dote l’entusiasmo necessario a sopportare lo sforzo della concentrazione che il lavoro richiede e a superare la frustrazione derivante dalla incomunicabilità di tanta accuratezza.

In definitiva dalla reale impossibilità di essere del tutto compresi in quello che facciamo.

Ho spesso la chiara consapevolezza che il paziente non capisca cosa il dentista stia “armeggiando” e, del resto, molti non sono affatto curiosi di saperlo anzi rifiutano di prendere visione dei loro problemi.

Tuttavia, percepisco che a prescindere dalla loro comprensione siano certi che sto facendo per loro del mio meglio, che lavoro nella loro bocca come se fosse la mia, che… gli voglio bene!!!

E questo basta.

Ad entrambi.

Ci sono poi almeno un altro paio di aspetti che concorrono a rafforzare la convinzione che lavorare secondo etica sia l’unica strada percorribile per ricavare piena soddisfazione.

Il primo è la piacevole e appagante sensazione che si prova nel soccorrere chi ha bisogno, che, in quel momento, sta combattendo contro uno dei dolori più ancestrali del corpo.

Aiutare il paziente a vincere la paura irrazionale che lo attanaglia, anche se, ai giorni nostri, non è più giustificata.

Ascoltare il paziente, tessere lentamente la tela della confidenza, conquistare passo dopo passo la sua fiducia, prendere e proporre quelle soluzioni cliniche che vorresti fossero fatte a te se ti trovassi su quella poltrona al suo posto.

È la serenità interiore che regala una giornata bene spesa, l’essersi adoperati al massimo delle proprie capacità professionali.

Il secondo gli amici: quelli che incontri ai corsi di aggiornamento, casualmente sempre di stessi!

Una comunità di inguaribili appassionati che si aggiorna, si mette in discussione, si confronta, prova a migliorarsi.

Amici animati dagli stessi valori, che li fanno sentire parte di un progetto più ampio e non isolato, nel pianeta odontoiatria.

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Questo basta a rispondere alla domanda da cui siamo partiti: il buono si ostina a percorrere quel sentiero impervio di crescita, cultura, conoscenza, semplicemente perché non è SOLO e perché è l’unica via percorribile onestamente, senza vergogna e nemmeno un rimpianto.

Anche questa volta vi lascio con le 3C: Commenta, Condividi e Contattaci.

Un sano sorriso a tutti

Francesco e Livio Freschini

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